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SONO STATO IO? »
"In un’Italia ipercontemporanea, tanto caricaturale da sembrare vera, si aggira una strana figura di giornalista in crisi. In crisi esistenziale, per l’impatto con la cosiddetta età matura e le difficoltà del suo ruolo di padre. In crisi professionale, per la quasi matematica impossibilità di svolgere il proprio lavoro in condizioni normali, senza servire un padrone. In crisi politica, stretto com’è - e con lui tutto il Paese - nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi.
A un certo punto, la svolta. Un amico gli dà il consiglio giusto, compiere un’azione eclatante che serva da sfogo a lui e alla nazione: un attentato.
Da quel momento in poi la vicenda si snoda fra l’attesa e la preparazione, non solo simbolica, dell’impresa che dovrebbe cambiare tutto, dare un senso alla vita di chi la compie e della collettività che se ne gioverebbe.
Nella sostanza, Sono stato io è una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali di un Paese che sta rapidamente regredendo, parte di un pianeta globalizzato, inaridito dal denaro, che sembra aver smarrito il senso del futuro, incapace di sopportare sia la guerra che la pace.
Nella forma è, invece, una sorta di montaggio cinematografico: come se un regista avesse deciso di girare un film i cui elementi - la trama, i personaggi, gli scenari - sono calati nella sua stessa quotidianità, dando vita a un “effetto realtà” che mescola di volta in volta in dosi differenti narrazione e riflessione. Difficile, quindi, decidere se Oliviero Beha abbia voluto scrivere un romanzo in forma di saggio politico oppure un saggio in forma di romanzo.
Certo il suo è un libro sincero e “impopolare”, che fotografa in presa diretta l’Italia che abbiamo sotto gli occhi, la stampa, la tv, il rapporto padri-figli, la degenerazione dei costumi e alla fine il gigantesco complesso di Edipo di un Paese schiacciato dal suo passato e alla ricerca affannosa di una strada, dritta o storta che sia."



ALBERTAZZI LEGGE IL ROMANZO DI OLIVIERO BEHA

PRESENTATO A ROMA 'SONO STATO IO'
(ANSA) - ROMA, 22 MAR - Ha avuto un lettore di eccezione il nuovo libro di Oliviero Beha dal titolo 'Sono stato io' (Marco Tropea Editore), presentato oggi al Teatro Argentina di Roma.
Giorgio Albertazzi ne ha letti alcuni brani insieme all'autore, giornalista noto, polemista apprezzato, difensore di consumatori e degli utenti della pubblica amministrazione in note trasmissioni radiofoniche.
Albertazzi e Beha erano sul palcoscenico in mezzo ad una dozzina di rappresentanti di associazioni ecologiste e libertarie (dal Wwf a 'Nessuno tocchi Caino') i quali sono intervenuti, ognuno sulla loro materia, ispirati dalla lettura dello stesso libro.
Libro che non e' chiaro se sia un romanzo in forma di saggio, o un saggio in forma di romanzo. Certo, come ha notato Albertazzi, sono pagine dense di polemica e intessute di ironia.
In un'Italia iper-contemporanea, tanto caricaturale da sembrare vera, nel libro si aggira una strana figura di giornalista in crisi. In crisi esistenziale, per l'eta' matura; in crisi professionale, per la quasi impossibilita' di svolgere il proprio lavoro, senza servire un padrone; in crisi politica, stretto come e' - e con lui tutto il paese - ''nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi''.
Ad un certo punto, la svolta. Un amico mi da' il consiglio giusto, compiere un'azione eclatante, che serva da sfogo a lui e alla nazione, un attentato.
Da li' in poi il libro tra realismo e iper-realismo si avvia verso una conclusione a sorpresa.
Nella sostanza 'Sono stato io' e' stato definito ''una ricognizione tra le macerie, soprattutto culturali, di un paese che sta rapidamente regredendo, e che sembra aver smarrito il senso del futuro''.
Materia polemica, ironia, autobiografismo e cronaca si fondono in quello che Albertazzi ha apprezzato come un ''romanzo di grande livello, pieno di ironia nascosta''. (ANSA).

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BERLUSCONI: BEHA, UNA FURBATA IL TITOLO DEL LIBRO DI CARUSO. L'AUTORE DI 'SONO STATO IO' INTERVIENE SU POLEMICHE E RICHIESTE RITIRO

Roma, 16 mar. - (Adnkronos)
''E' una furbata o, peggio, un errore intitolare quel libro 'Chi ha ucciso Silvio Berlusconi'''. A parlare cosi' del libro di Giuseppe Caruso (il fantathriller a sfondo sociale che finisce con l'uccisione del premier per mano di un neolaureato precario) e' Oliviero Beha, che nell'autunno scorso ha pubblicato con Marco Tropea Editore il volume ''Sono stato io'', in cui pure si tratta il tema del ''Silvicidio'' -come lo definisce l'autore- ma ''in maniera metaforica''.

Ieri il capogruppo di Forza Italia al Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha chiesto il ritiro del libro di Caruso, preoccupato che possa ispirare qualche ''mente malata'' ad imitare il protagonista del romanzo che finisce per sparare al presidente del Consiglio. ''Io -dice Beha- non ho avuto problemi e nessuna richiesta di ritiro ma mi sono premurato di non mettere Berlusconi nel titolo e di precisare piu' volte che il 'Silvicidio' era metaforico. Io l'ho paragonato al parricidio da cui nasce il complesso di Edipo. E poi il mio Silvio muore colpito alla schiena da una torta, anche questa una metafora. E non per uno sparo...''.
''Tutto il mio libro era retto da una domanda: basta 'eliminare' Berlusconi per guarire questo Paese? E la risposta era 'no'. I problemi di questo Paese non si esauriscono con Berlusconi'', aggiunge Beha.
Per il giornalista, ''si può parlare di Berlusconi, e smontarlo completamente, in maniera metaforica'': ''Ma parlare di un attentato a Berlusconi in termini cronacistici -prosegue- tiene basso il livello della questione e non serve a nessuno. Ne' a Berlusconi, se non a vittimizzarsi, ne' ai 'Silvicidi'. Insomma intitolare il libro 'Chi ha ucciso Berlusconi' mi pare solo un modo per farsi facile pubblicita'. E in ogni caso, meglio che Edipo ammazzi il padre piuttosto che uno tiri il treppiedi a Berlusconi...'', conclude il giornalista.



IL BERLUSCONISMO E' UN'ABITUDINE

da l'Unità del 6 marzo 2005
di Nicola Tranfaglia
Non è facile scrivere un romanzo sull’Italia di oggi. La crisi culturale e politica (per non parlare di quella economica) produce negli italiani che non hanno ceduto la propria coscienza all’ammasso di qualche sogno più o meno improbabile uno stato d’animo di incertezza, di timore o di disperazione di fronte a un paese che sembra aver smarrito il senso del suo percorso verso il futuro.
C’è poi la difficoltà che molti narratori trovano tra le vicende individuali e il senso della comunità nazionale. Più di una volta quelle vicende sembrano sospese nel nulla, in un mondo immobile e staccato dal presente. Oppure irreali di fronte alla pur grande corposità del destino individuale. Sicché si incrociano in tanti romanzi i racconti di un caso e le sue connessioni con il paese in cui hanno luogo. Sarà un effetto della contemporaneità immersa nel pianeta e non più racchiudibile all’interno dello stato nazionale.
Anche Oliviero Beha che ha voluto dedicare all’Italia del 2003 una lunga narrazione (SONO STATO IO da Tropea editore), fatta di dialoghi e di sprazzi autobiografici assai trasparenti, si è trovato di fronte a un simile problema ma lo ha risolto a modo suo mescolando il carattere del saggio a quello del romanzo e coinvolgendo i suoi lettori in una sorta di conversazione a più voci, fluida e brillante, che conduce chi legge in una specie di analisi del presente fitta di nomi e di riferimenti sistemata all’interno di una trama che dovrebbe concludersi con un immaginario tirannicidio.
La storia, è quella di un giornalista che non riesce a trovare un equilibrio nella sua professione di fronte alla caratteristiche della comunicazione e dell’informazione del ventunesimo secolo: riletta di fronte ai telegiornali e ai quotidiani che parlano di una tessera e non la collegano mai al mosaico di cui fa parte, alla sostituzione di idee e di fatti con quella che definisce “una bieca personalizzazione”, alla necessità cogente per chi sta nel mondo dei media di prender partito in maniera militare, senza possibilità di una minima autonomia, costellata di un precariato eterno che stronca i più giovani e li conduce all’assunzione quando ormai sono senza più stimoli e senza più speranze.
Il giornalista protagonista del romanzo ha dovuto rendersi conto ormai e ha proprie spese che la professione che ha scelto da giovane non riesce a mantenere nel nostro paese le caratteristiche che ne ha fatto la grandezza nei tempi della democrazia liberale: l’autonomia, sia pure relativa, dalla politica e dall’economia, il contatto diretto con i cittadini, la funzione pedagogica sul piano culturale e così via. E si chiede fino a che punto tutto questo dipenda dal particolare momento politico che attraversa il paese dopo l’avvento al potere di un leader, più o meno carismatico, che porta nel suo governo un pesante conflitto di interessi e una concezione aziendalistica delle istituzioni che si basa sul denaro, sul successo immediato, sulle costellazioni spesso non trasparenti degli amici e dei clan che lo sostengono.
La sua risposta è complicata perché l’autore vede con chiarezza quelle degenerazioni della vita politica e sociale che si collegano al passato e che premono sul presente. Ma, accanto ad esse ci sono le conseguenze della svolta che è avvenuta tre anni fa e che ostacolano in maniera determinante l’uscita dal passato meno accettabile che sembra ad ogni passo riemergere. La società dei consumi giunta all’esasperazione per cui siamo il terzo paese al mondo nella diffusione dei telefoni cellulari ma uno degli ultimi nella spesa per la ricerca scientifica. Le forze al potere parlano in continuazione della civiltà liberale ma si oppongono con tutti i mezzi a un’effettiva libertà di concorrenza e, quando fanno le privatizzazioni, favoriscono in maniera smaccata i monopoli e gli oligopoli dei loro amici. E ancora la distruzione di qualsiasi forma di morale collettiva in nome del dio televisivo, del consenso effimero, del successo individuale perseguito con ogni mezzo lecito oppure no. E i frequenti ritorni all’indietro propiziati dalle istituzioni tradizionali della società italiana, come i vertici attuali della Chiesa cattolica. E ancora una società schizofrenica che vede parole e comportamenti effettivi che fanno a pugni tra loro, una vernice esterna che copre grandi contraddizioni, una perdita progressiva di senso da parte degli individui come dei gruppi sociali, insomma una crisi morale e culturale di un paese che pure ha conosciuto in passato momenti importanti di riscossa e di mobilitazione delle coscienze.
Alla fine il narratore si chiede che cosa è il regime affermatosi in Italia con le elezioni del 2001 e si da una risposta problematica ma non priva di chiarezza. “Che altro – scrive in una delle ultime pagine riportando un giudizio del protagonista-narratore – era il berlusconismo se non un’abitudine e una rinuncia insieme, un’abitudine comprata al mercato solo con discorsi o similia, e una rinuncia alla dialettica comunque dolorosa e dolorante tra ciò che si mantiene e ciò che si cambia al mondo, per l’individuo e la collettività?”. Insomma una sorta di etereo e immobile presente televisivo, un tentativo di fermare il tempo?

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PADOVA -
venerdì 14 gennaio 2005
 
OLIVIERO BEHA
ha presentato il suo ultimo libro "Sono stato io", il primo romanzo che riflette sui mali dell’Italia in generale e dell’informazione in particolare: «È un libro che nasce dal mio disagio personale per questo la prosa non poteva essere leggera come, chessò, quella di Bruno Vespa.

A Vespa questo è un paese che va bene così perché ci ha costruito sopra la propria fortuna. Io, invece, sono preoccupato per i miei figli». Su Vespa e sulla sua trasmissione "Porta a Porta", Beha torna spesso: «Lui e Costanzo sono le componenti che hanno ridotto così questo paese». Svela un retroscena inquietante: «Oreste Lionello - insiste Beha – aveva fatto una battuta sul libro di Vespa a "Porta a Porta". Gli aveva proposto di cambiare il titolo: anziché da Mussolini e Berlusconi da Mussoloni a Berluschini. Ebbene: è stata tagliata».

E dell’altro guru della televisione italiana, Maurizio Costanzo, dice che è «quello che sarebbe diventato Totò Riina se avesse studiato». Dopo una pausa precisa: «C’era da aspettarsi una querela no? Ma da Costanzo; invece l’ho ricevuta da Riina». Il clima che Beha descrive nel suo libro è pesante.
Beha chiarisce: «Il problema dell’autonomia e dell’indipendenza dei giornalisti c’è sempre stato – puntualizza - però negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Sono peggiorate alla velocità del suono».


A Beha non piace un paese nel quale «l’autocensura si espande». Nel quale «o si è con Berlusconi o si è contro». Nel quale «l’informazione fine a se stessa si è dissolta». Ma, soprattutto, nel quale «i giornalisti usano ciò che vedono solo se serve a qualcun altro». L’informazione è cambiata: «Non è più un giornalismo di servizio - confessa - ma di prodotto».
“Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di omunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione” (Indro Montanelli)


PADOVA, 14 GENNAIO 2005, ORE 20.30, SALA FORNACE CAROTTA
L'ITALIA DEI VALORI DELLA PROVINCIA DI PADOVA organizza unINCONTRO/DIBATTITO CON:
GIULIETTO CHIESA, MARCO TRAVAGLIO, PETER GOMEZ, OLIVIERO BEHA E GIANFRANCO MASCIA
sul tema: CENSURA E CONDONI: VALORI DI LIBERTA?
P
resiede: Armando DELLA BELLA, segretario provinciale IdV; moderatori: Angelo MORINI e Sandro BIANDA, giornalisti; interviene: Flavio ZANONATO, Sindaco di Padova
VENERDI' 14 GENNAIO 2005 ORE 20.30 presso la sala comunale FORNACE CAROTTA di PADOVA in via Siracusa - zona Sacra Famiglia.
Inoltre MARCO TRAVAGLIO e PETER GOMEZ presenteranno "REGIME" il libro che ricostruisce i più clamorosi casi di censura televisiva degli ultimi due anni. Documenti inediti e interviste ai protagonisti forniscono il quadro dell'informazione giornalistica in Italia, a partire dall'occupazione della RAI da parte degli uomini Mediaset, fino al caso Biagi. Michele Santoro, la squadra dei giornalisti di "Sciuscià", Daniele Luttazzi, Massimo Fini, Freccero, Sabina Guzzanti, Enrico Deaglio, Paolo Rossi, Paolo Bonolis, Giovanni Minoli: storie di censure e bugie nell’Italia di Berlusconi. Postfazione di Beppe Grillo.
www.italiadeivalori-padova.it

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QUATTRO CHIACCHIERE
CON OLIVIERO BEHA
Da Letture - a cura di Daniele Piccini
del 18/12/2004
Uno dei mali del Paese, cronico e pare inestirbale, è la continua partigianeria delle fazioni politiche e persino culturali: il ‘giochino’ della Destra e della Sinistra che, invece di aiutare a capire, ottunde e allontana la comprensione della sostanza delle cose. Sarà per questo che la lettura del romanzo-pamphlet di Oliviero Beha, Sono stato io (Tropea, pp. 224, euro 14,00), autobiografico al massimo nel documentare il malessere di un giornalista che fa i conti con il disastro e la regressione morale e culturale del Paese, cade così opportuna. Beha, classe 1949, ha fatto sempre il rompiscatole, con la Sinistra e con la Destra.

Allontanato da “Repubblica” dopo il suo reportage sulla sospetta combine per Italia-Camerun del Mundial 1982, sempre ostacolato in RAI, si trova oggi in causa con viale Mazzini, che pare non abbia intenzione di farlo lavorare e ha chiuso, tra l’altro, il programma radiofonico che da qualche stagione conduceva. Temporaneamente oscurato, Beha ha scritto un libro in cui immagina di diventare, sulla spinta di un amico-saggio, un «berluschicida» (simbolico va da sé) per liberare il Paese dalla sua ultima ossessione…

Beha, è possibile oggi un giornalismo che non serva partiti e opinioni costituite ma cerchi la realtà? Il suo libro, sorta di pamphlet di controinformazione, sembra piuttosto scettico sul punto.
Direi che a livelli alti è quasi impossibile, più praticabile forse, ma molto difficile, a livelli inferiori. Del resto anche i libri cozzano contro lo stesso tipo di resistenza del sistema: un meccanismo malato, che si autoriproduce e genera malattia.

Nel libro, dove pure si immagina un gesto simbolico contro di lui, si lascia intendere che Berlusconi non è il solo responsabile di un simile stato di cose…
Berlusconi le ha dato una bella spinta, ma l’Italia era già sull’orlo del precipizio. Un Paese che regredisce alla velocità del suono ha trovato in Berlusconi il suo eponimo. Lui è un problema temporaneo. Ma se l’Italia mutua i suoi stilemi, i suoi comportamenti, il modo superficiale di intendere le cose, allora anche dopo Berlusconi il Paese difficilmente avrà un futuro. È un problema di antropologia culturale.

Come si può frenare secondo lei questa regressione?
Bisogna lavorare sullo stato di consapevolezza del Paese. Se non ci si convince, ad esempio, che anche il berlusconismo di D’Alema è un problema, allora avanziamo sulla via del precipizio. Sempre più gente dovrebbe rendersi conto che è lo stile di vita che va cambiato. La politica dovrebbe avvertire la pressione dell’opinione pubblica. Un possibilità è lavorare sul territorio, come io sto facendo per far conoscere il libro: porta a porta, ma in un altro senso…

L’atmosfera che lei descrive è opprimente. Eppure nel libro è testimoniato anche un istinto vitale, una spinta volitiva. Che cosa le dà energia per questa sorta di lotta che lei inscena?
Probabilmente è un fatto solo biologico. Sono un animale resistente. E poi, a volte ho l’impressione che soffrendo di egocentrismo, si possa cercare una via di uscita da esso mettendosi al servizio degli altri. Forse si tratta di questo. E forse in me, a proposito di vitalismo, c’è una specie di paganesimo aggiornato.

Progetti per tornare in tivù?
Da anni ho in mente un format per la prima serata in cui, provocatoriamente, mettere in vendita pezzi d’Italia: un’asta delle cose pubbliche… E poi da tanto vorrei rifare il viaggio in Italia di Mario Soldati. Ma in RAI non ho trovato e non trovo interlocutori su queste idee.

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BEHA: «povera Italia»
L'Adige del 7/12/04 - di Mattia Eccheli
Il giornalista «scomodo» presenta il suo romanzo sullo sfondo un Paese sfasciato e senza speranze
«L'informazione è la causa e l’effetto del precipizio in cui è caduto il Paese». Oliviero Beha, ormai uno dei tanti "zorro" senza cavallo e senza spada del giornalismo italiano (Santoro, Mentana, Biagi…), la pensa così. Su invito dell’Ordine regionale di giornalisti, a Trento presenta il suo libro ("Sono stato io", Tropea Editore), il primo romanzo, e riflette sui mali dell’Italia in generale e dell’informazione in particolare: «È un libro che nasce dal mio disagio personale - ammette davanti ad un pubblico attento e numeroso riunito nella Sala Falconetto - per questo la prosa non poteva essere leggera come, chessò, quella di Bruno Vespa. A Vespa questo è un paese che va bene così perché ci ha costruito sopra la propria fortuna. Io, invece, sono preoccupato per i miei figli».

Su Vespa e sulla sua trasmissione "Porta a Porta", Beha torna spesso: «Lui e Costanzo sono le componenti che hanno ridotto così questo paese». Svela un retroscena inquietante: «Oreste Lionello - insiste Beha – aveva fatto una battuta sul libro di Vespa a "Porta a Porta". Gli aveva proposto di cambiare il titolo: anziché da Mussolini e Berlusconi da Mussoloni a Berluschini. Ebbene: è stata tagliata».
E dell’altro guru della televisione italiana, Maurizio Costanzo, dice che è «quello che sarebbe diventato Totò Riina se avesse studiato». Dopo una pausa precisa: «C’era da aspettarsi una querela no? Ma da Costanzo; invece l’ho ricevuta da Riina».
Non si capisce se scherza, ma non conta: il clima che Beha descrive nel suo libro è pesante. «È un libro duro - assicura il moderatore Toni Visentini, caporedattore regionale dell’Ansa - che dice cose antipatiche: sui giornalisti, sulla politica, sull’Italia ». Se ne ricava l’immagine di un paese «senza spina dorsale e sfibrato» rincara Visentini. Beha non smentisce ma chiarisce: «Il problema dell’autonomia e dell’indipendenza dei giornalisti c’è sempre stato – puntualizza - però negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Sono peggiorate alla velocità del suono».
A Beha non piace un paese nel quale «l’autocensura si espande». Nel quale «o si è con Berlusconi o si è contro». Nel quale «l’informazione fine a se stessa si è dissolta». Ma, soprattutto, nel quale «i giornalisti usano ciò che vedono solo se serve a qualcun altro».
L’informazione è cambiata: «Non è più un giornalismo di servizio - confessa - ma di prodotto».
Fabrizio Franchi, presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti, spiega di come proprio nel momento in cui gli editori stanno facendo enormi utili, i giornalisti hanno uno stipendio d’ingresso da 600 euro al mese: «Chiunque - taglia corto sarcastico - anche un presidente di circoscrizione, li potrebbe comprare». Il problema non sono le 6 televisioni di Berlusconi («direi le stesse cose se le avesse qualcun altro»): «Il livello di eticità del paese si è abbassato. C’è stata una degenerazione non solo a livello politico, ma dei valori» ammonisce Beha. «La meritocrazia è ormai un termine esotico» ironizza. «Perché in questa Italia - argomenta – nessuna fa più ciò che sa fare. In televisione chiedono solo di occupare un posto». Posti che, peraltro, vengono assegnati per "partenogenesi", una sorta di nepotismo diffuso: «Ma che messaggio arriva alla gente? Che garanzia mi dà?» osserva Beha. Viene in mente la frase del film Insider: «La stampa è libera per chi la possiede».
Il docente e sociologo Piergiorgio Rauzi interviene nel dibattito e sintetizza brutalmente ma con efficacia: «Oggi il successo legittima il percorso compiuto per ottenerlo». Il rischio, infatti, è che venga premiato non tanto chi indaga quanto chi rende dei servigi…
«L’attuale natura pubblicitaria del giornalismo è quanto di peggio ci possa essere» commenta Beha.
In un paese tramortito da enormi flussi di comunicazione, affascinato da finti eroi, ammaliato dal successo dell’effimero, Beha intravede problemi non soltanto economici: «Non si tratta di soldi - continua – perché nonostante tutto stiamo ancora bene. Il male è dentro: non c’è attenzione ai valori, alla solidarietà, al futuro e si avvertono lontani anche i problemi del pianeta». Beha parla di "gusci", di contenitori di slogan più che portatori di idee. Il dilemma è trasversale: «Per questo centro, destra e sinistra si confondono».
A giudizio dell’ormai ex conduttore di "Radio a colori" (c’è un contenzioso aperto con la Rai per il programma) si è inaridito il "territorio prepolitico", cioè quel passaggio di crescita, di maturazione personale che arriva prima del convincimento politico: «L’appartenenza non può essere di tipo calcistico» dice citando uno stupito De Gregari che si chiedeva come si potesse interrogarlo con le stesse domande se fosse di sinistra o se tifasse Roma.
Per il presidente della Provincia Lorenzo Dellai quello di Beha «è il libro di una persona libera»; ma il presidente non si sbilancia troppo sul panorama dell’informazione, salvo ammettere i rapporti non idilliaci con i media locali e scappare subito a Tca per il dibattito a "Filo diretto" con 4 giornalisti. «Il polso periferico – assicura Beha a proposito dei media – è molto più positivo e beneaugurate». Ma l’Italia, secondo Beha, è oppressa «dal complesso di Edipo berlusconiano che ottura e ottunde i sensi. Ma basterà eliminarlo per risolvere i problemi?» si chiede.
La risposta è no: Beha, che nel suo romanzo fa ammazzare Berlusconi, ne è certo. Ma è necessario che la gente continui (o ricominci?) a indignarsi.

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“Sono stato io”, romanzo che è anche diario e saggio

Beha fa a pezzi l’informazione che non informa
L’Italia stritolata tra leader e lacché ritratta dal giornalista scomodo per eccellenza

da Libero del 17/11/2004
di Andrea Scaglia

“Condannato dalla natura a un forte senso critico”. Una frase che è un destino. Una condanna, appunto. Soprattutto per chi, dovendo per mestiere raccontare il mondo e la vita, non si rassegna a farlo inchinandosi ai voleri del padrone di turno. Rifiutando il copione della “recita collettiva” che pare ormai accettato dalla compagnia cantante, giornalisti compresi (io sto di qua, tu di là, ma all’occorrenza i ruoli si possono invertire, dipende dalla convenienza). E proprio di amara disillusione – che a volte si stempera nell’ironia, unica possibilità di sopravvivenza – è pervaso “Sono stato io” (Marco Tropea editore, pp. 223, 14 euro), primo romanzo di Oliviero Beha. Lui, il “giornalista Zorro”, lo scomodo ficcanaso diventato famoso per le inchieste sui troppi disservizi del nostro Paese, oggi assente da radio e tv per quello che pare essere una sorta di ostracismo mediatico. Ma questa è un’altra storia. Anzi no, forse è la stessa.

Difficile etichettare l’opera di Beha. Romanzo, certo. Ma anche diario, autobiografia. E saggio politico e di costume. “Fatti e personaggi sono di fantasia, naturalmente realistica” avverte sardonico l’autore. E dunque il protagonista, “strana figura di giornalista in crisi”, volge il disincantato sguardo al suo mondo (e all’età che avanza, e alle responsabilità di padre), ai suoi colleghi, agli amici veri o presunti. In “ricognizione tra le macerie soprattutto culturali di un Paese che sta regredendo”.

E ci sono tutti, in questa specie di seduta psicanalitica sull’Italia attuale: c’è Berlusconi e il continuo referendum pro o contro di lui, ci sono D’Alema e Prodi, e poi la Rai (la “Vecchia Fornace”) e Mediaset, il Corriere e Repubblica. E lo strapotere della pubblicità (“un miraggio che tanto funziona quanto più è desertificato lo scenario”). E il denaro misura di ogni cosa (“che trasforma ogni centimetro quadro della nostra vita, anima e corpo, in un mercato”). Di contro, i viaggi in treno, gli incontri con le persone in carne e ossa, finalmente fonte di informazioni e notizie vere, reali. Anche se spesso non funzionali a questa o quella strumentalizzazione. Ma lui non si rassegna. E si ostina a mettere insieme le tessere, guardato con sospetto e a volte con affettuoso compatimento, per ricostruire il mosaico completo. E smascherare la fandonia dell’informazione corretta che corretta molto spesso non è (“non si capisce quasi nulla di quasi niente, salvo illudersi senza convinzione reale di sapere tutto o molto di quella tesserina…”).

Ma c’è possibilità di riscatto? Magari con un gesto estremo, in grado di far saltare il tavolo e, contemporaneamente, guarire dal senso di colpa che attanaglia lo stesso protagonista. La soluzione drammaturgicamente perfetta è il “regicidio”. Che, nell’Italia di oggi, non può che essere un “silvicidio”, un attentato (simbolico) a Berlusconi. Con la trama ci fermiamo qui, svelare di più sarebbe uno sgarbo al lettore. Di certo, il libro di Beha squaderna impietosamente le contraddizioni di un Paese, come sottolinea la controcopertina, “schiacciato dal suo passato e alla ricerca affannosa di una strada”. Eppure, arrivati al termine, non è lo scoramento il sentimento che rimane. Perché, ogni tanto, uscire dall’apnea quotidiana e fare due conti con il quadro generale è utile. Serve a capire meglio il tutto. E, perché no, anche a sentirsi meno soli.


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Ricordi (amari) di un giornalista
Oliviero Beha allo specchio.
In Sono stato io ripercorre la sua vita professionale. E denuncia il vuoto culturale in cui sprofonda l’Italia


da L'Indipendente del 13/11/2004
di Nico Forletta
Non si crede mai quello che si crede. L’ultimo libro di Oliviero Beha, Sono stato io (Marco Tropea editore), è tutto in questa “epigrafe di ora e di sempre sulla comunicazione con se stessi e con gli altri”. “Non si può mai aderire del tutto a un’idea […] E soprattutto puoi non sapere tu stesso quanto aderisci, quanto credi quello che credi”.

A 55 anni il giornalista Beha mette nero su bianco il suo male di vivere in un romanzo che non è un romanzo, e neppure un saggio. Le 222 pagine potrebbero essere definite una sintesi del suo diario esistenziale. E la sintesi della sintesi è a pagina 214. Dove l’autore si ritrova a confronto (l’ennesimo) con l’amico Gigi, la sua coscienza. E si fa ricordare che in Italia “è tutto politicizzato, nel senso del mercato e sottomercato della politica, figurati nel tuo lavoro. Sei già un miracolo di sopravvivenza umana, senza dover niente a nessuno, casomai il contrario. Certe volte mi domando se ci fai o ci sei, nella tua ingenuità”. Il giornalista non ha ancora metabolizzato l’essenza del suo mestiere. C’è sempre un padrone a cui rendere conto. Le notizie pubblicate sono e saranno sempre frutto di compromesso. E nella società dei cortigiani (che per Beha è quella attuale, ma che a occhio e croce è quella di sempre) a uno spirito libero la cosa qualche fastidio lo procura. Eccome.

Nel suo racconto in terza persona Beha ripercorre, amaro, buona parte della sua vita professionale. Dall’esordio nella carta stampata alle trasmissioni radiofoniche, cosiddette “di servizio”, sulla Rai. La più famosa è stata “Radio Zorro”. Una via crucis di inchieste pensate e mai andate in onda causa pressioni varie. Fa ricordare a Zorro, il suo alter ego protagonista di Sono stato io: “Quasi vent’anni fa, un signore […] disse più o meno testualmente: i giornalisti prima di parlare di libertà di stampa dovrebbero tirarsi su i pantaloni […] E come è andata a finire? Che i pantaloni sono sempre più giù, e anche le gonne, e invece hanno fatto tutti, o quasi, incetta di elmetti… ma sì, per “scendere in campo” dietro o davanti a Berlusconi, Prodi, D’Alema”. Allegria.

Beha/Zorro va in crisi profonda, fino a quando l’amico Gigi gli consiglia: “Devi uccidere Berlusconi”. Un attentato che serva da sfogo a lui e a tutta la nazione. Lui ci pensa e si avvicina al momento fatale passando in rassegna tutti i muri contro cui è andato a sbattere. Come quello che gli si parò contro nel 1982, dopo la vittoria della nazionale italiana ai Mondiali di calcio in Spagna. Beha/Zorro disse di avere raccolto prove inconfutabili sul fatto che l’Italia si fosse comprata la partita con il Camerun. Quell’estate lavorava a Repubblica e il suo direttore, il “Venerabile Eugenio” (Scalfari) era in barca con i capi del calcio.

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L’Italia deve liberarsi del “fattore B.”

INTERVISTA A OLIVIERO BEHA
di Carlo Ruggiero
da WWW.RASSEGNA.IT
Drammaturgo, poeta, calciofilo appassionato e giornalista, soprattutto giornalista, Oliviero Beha è un personaggio assai versatile e fino a qualche tempo fa piuttosto noto al grande pubblico. Anche a quello televisivo. Oggi, invece, appare vittima di un ostracismo mediatico che lo ha definitivamente allontanato dal piccolo schermo e, per ora, anche dalle frequenze di Radio-Rai. Seguire le sue tracce risulta francamente difficile, se non tra le (poche) righe di cronaca giudiziaria che lo vedono protagonista della battaglia legale per il suo reintegro in qualità di vicedirettore di Rai Sport.

Da poco più di un mese, però, è possibile scovare il suo nome anche tra gli scaffali delle librerie italiane riservati alla narrativa, grazie al suo primo romanzo: Sono stato io (Marco Troepa editore, pp. 223, 14 Euro). A dire il vero, definire Sono stato io solamente un romanzo sarebbe riduttivo. Si tratta, in realtà, di un testo che mescola con maestria i generi: un po’ romanzo, un po’ saggio, un po’ diario, un po’ inchiesta. O meglio, si tratta di una lucida ed impietosa ricognizione tra le macerie culturali del nostro Paese, messa in atto con ogni freccia che un giornalista del suo calibro conserva al suo arco. Già, perché Beha il vizio di raccontarci quello che gli passa sotto gli occhi non lo ha di certo perso. E così, tra pezzi da novanta e personaggi di fantasia, tra ricordi e speranze, tra riflessioni e notizie di prima mano, disegna con tratto deciso i contorni di quel Giano bifronte che è diventato (o forse è sempre stato) il sistema tele-politico italiano. Per reagire il protagonista del romanzo progetta addirittura il “silvicidio”: l’assassinio simbolico del presidente Berlusconi.

Oliviero Beha ci accoglie nella palazzina G-1 di Saxa Rubra, quella che ospita Rai Sport. Insomma, proprio nelle viscere di quella che nel suo libro chiama la “Vecchia fornace”, l’ormai cinquantenne Mamma Rai.

Beha, che cosa sta succedendo a Rai Sport? Che fine ha fatto la sua trasmissione radiofonica “Radioacolori”?

Semplicemente mi hanno chiuso tutto, in quanto scomodo. Per loro esisto fisicamente, ma non devo esistere professionalmente. Ho vinto anche una causa, però per il momento lo status è che non applicano la sentenza del giudice. Io di più non posso fare, non li posso mica obbligare.

Sono stato io è il suo primo esperimento narrativo, ma contiene abbondanti ed urgenti porzioni di realtà sociale e privata. Cos’è, un romanzo? Un saggio? Un diario?

Queste tre cose senz’altro. Ma anche qualcos’altro, magari una seduta psicanalitica collettiva Insomma, devo dire la verità, non mi sono posto il problema del genere. Forse quello che in un certo senso comprende un po’ tutto è romanzo, perché la struttura è narrativa o piuttosto narrativa. Ma è anche un saggio, perché i contenuti sono saggistici. Ed è anche un diario, perché racconto cose che mi sono successe. Come scrivo nell’avvertenza, molte cose sono vere, molte cose potevano essere e non sono state, ma comunque partono dalla realtà e alcune partono dalla mia realtà personale. Dovendo parlare dell’Italia di oggi mi sembrava logico partire dal mio punto di vista, dal punto di osservazione di una cosa che conoscevo bene come il giornalismo, la categoria a cui appartengo. Se avessi fatto il dentista, forse avrei raccontato una storia a partire da uno studio dentistico. E poi il fatto che sia una seduta psicanalitica collettiva diventa drammaticamente evidente quando si comincia a parlare di uccidere simbolicamente Berlusconi, come in un gigantesco complesso di Edipo.

Una seduta psicanalitica in cui però si fanno nomi e cognomi. E’ un tentativo di mettere un po’ di ordine, di fare il punto sulla situazione in cui ci troviamo?

La risposta è sì: mettere ordine con nomi e cognomi laddove fossero stati necessari. Mi sono regolato sullo stato di necessità. Per capire, e per capire che si parla proprio di questa Italia e non di un’altra, ci volevano dei nomi. A partire da Berlusconi, e poi altri a scalare. Quelli li ho messi. Laddove invece i nomi non erano necessari a capire ho creato dei personaggi, in parte veri in parte no, che potessero rendere l’idea del palcoscenico Italia.

Il protagonista è un giornalista in crisi umana e professionale. Sono stato io è anche un’analisi delle condizioni in cui si svolge oggi la professione giornalistica. Cosa sta succedendo al suo mestiere?

Sta succedendo che non si può più fare, a quanto pare, questo mestiere. O perlomeno lo si può fare soltanto pagando dei prezzi che secondo me è intollerabile pagare. E’ una professione che ormai funge come promozione pubblicitaria di qualcosa. Promozione pubblicitaria in senso economico, promozione pubblicitaria in senso politico, promozione pubblicitaria in senso culturale, laddove per cultura si intenda un atteggiamento sotto-culturale in cui tutti vendono tutto. Ma la professione non è nata per questo. E’ vero, un giornale, un telegiornale, un giornale radio sono prodotti, però nascono come servizi. Non posso pensare che si sia tutti più o meno ricattati da questa situazione. Lo stato di merce, di prodotto dell’informazione sta ricattando la condizione di servizio dell’informazione. Non si può considerare l’informazione alla stregua di pannolini, di scarpe o di macchine.

Nel suo romanzo, infatti, l’informazione, e più specificamente l’informazione targata Rai, non fa certo una bella figura. La “Vecchia fornace” ne esce con le ossa rotte, tra nepotismo, servilismo e lottizzazioni.

In realtà, nel libro non nomino mai la Rai, la chiamo “Vecchia fornace” perché, in questo caso, volevo andare oltre la riconoscibilità di una azienda oggi. Il problema è culturale e generale. Il problema è del paese in questi anni. La “Vecchia fornace”, quindi, rende molto più l’idea che non la Rai, piuttosto che Mediaset o che altro.

Silvio Berlusconi però viene nominato direttamente, è riconoscibilissimo e rappresenta la personificazione del degrado morale e culturale del Paese. Il protagonista del romanzo progetta addirittura di ucciderlo metaforicamente. Qual è il significato recondito del “silvicidio”?

Il “silvicidio” significa togliere il tappo alla bottiglia. Non soltanto per la sinistra che naturalmente considererebbe la scomparsa di Berlusconi come un grande vantaggio, sbagliando. Perché se si rimuove il tappo, bisogna sapere che nella bottiglia c’è di tutto, quindi deve uscire tutto. Non è che dalla bottiglia escono i buoni e invece fuori della bottiglia ci sono i cattivi. Il “silvicidio” significa sgomberare il campo da questo tunnel, da questo imbuto in cui ci siamo cacciati ormai da anni, da questo referendum quotidiano pro o contro Berlusconi. Significherebbe ricominciare a pensare all’Italia e al mondo con altri occhi, ricominciare respirare un po’ di aria. Questo paese ha ormai l’aria viziata.

Quello che Lei chiama il referendum quotidiano pro e contro Berlusconi è dunque un sintomo lampante della regressione del dibattito politico in Italia. Può farci un esempio?

Faccio un esempio lampante, è un esempio che faccio addirittura agli studenti all’Università. Ogni anno c’è la relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. E’ il momento istituzionale finanziario più importante in Italia. E’ possibile che io il giorno dopo debba leggere sul giornale della Presidenza del Consiglio, il giornale del fratello di Berlusconi, il titolo “Fazio: avanti così con Berlusconi”. E che debba leggere su “La Repubblica”, il più letto giornale di opposizione: “Fazio: basta con Berlusconi”. Vuol dire che l’informazione da questo punto di vista è finita, perché già nel “titolone” di prima pagina si dà un’interpretazione. Ormai l’informazione è considerata munizione da sparare un esercito contro l’altro. L’informazione che non serve come munizione, che non è strumentale ad un utilizzo “contro” non c’è. Nel caso del deragliamento di un treno si cerca di capire se il macchinista era del Polo o dell’Ulivo.

E’ questa la “sindrome del mosaico” di cui soffre l’informazione italiana e di cui anche il protagonista di Sono strato io si dice affetto?

Il protagonista del romanzo vuole vedere l’insieme, vuole provare a vedere l’insieme. Se mi si fa vedere di ogni mosaico solamente una tesserina, magari dandomi anche l’illusione di sapere tutto (di solito, invece, non si sa mai niente) e non la si mette insieme alle altre tesserine il disegno sullo sfondo del mosaico non lo vedrò mai, quindi sarò indotto a sbagliare. E’ in questa mancanza del quadro di insieme, e quindi del mosaico, che si afferma quella sorta di derby destra-sinistra dell’informazione che sta azzerando culturalmente questo Paese.

L’Italia che lei racconta, però, pare già “berlusconizzata” prima della discesa in campo del Cavaliere. La colpa non è solamente sua, dunque. Dov’è la radice di questi problemi

Se sembra così vuol dire che almeno ho colto nel bersaglio, o perlomeno mi sono avvicinato. Perché il mio intento è di raccontare, quindi di dimostrare raccontando che questo Berlusconi non è nato sotto un cavolo. E’ stato preparato. La tranche di tempo che prendo in esame nel libro sono gli ultimi 25 anni, ogni tanto ritorna nel libro. Cos’è questo quarto di secolo che torna nelle orecchie? E’ un quarto di secolo esistenziale, certo, ma 25 anni fa si iniziava anche ad uscire dal terrorismo ed è allora che sono successe delle cose, non solo politiche ma nel costume profondo del Paese: si è preparato un modo di vita che ha previsto il successo di Berlusconi. Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta, che non abbia bisogno di essere ucciso da me e che si uccida da solo, ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male. Se uno prende il posto di Berlusconi, anche a sinistra, con la stessa mentalità che ha creato Berlusconi è finita. Diceva Einstein che non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati. Bisogna cambiare mentalità. Ancora adesso per andare in televisione tutti i segretari di partito, quelli di sinistra compresi, venderebbero la madre ai beduini pur di avere un minuto al telegiornale o da Vespa o da Costanzo. E’ proprio il segno che la mentalità è quella di Berlusconi. Anzi Berlusconi in proporzione ci va meno, perché ha capito che in un certo senso li può prendere per la gola. Il minutino che concede al Tg o le ospitate nelle trasmissioni sono una sorta di offa, un biscottino per prenderli per il collo. E questi non lo capiscono, ci vanno contenti. E’ spaventoso.

Se è così, viene meno la teoria di Montanelli secondo la quale Berlusconi è un virus per la società italiana, e in quanto tale deve essere iniettato in piccole dosi perché si formino gli anticorpi necessari a sconfiggerlo.

In un certo senso Montanelli non aveva torto, lo si vede oggi. Ma c’è un piccolo particolare: lui lo ha detto a novant’anni. A me a cinquant’anni, o ancora peggio ad un ragazzo di 25, questa teoria fa un po’ male al cuore, perché nel frattempo si distrugge il Paese. Berlusconi distrugge se stesso, d’accordo, ma a che prezzo?

Il sistema informativo che descrive sembra tagliato addosso all’informazione di guerra proveniente dal fronte iracheno.

E’ un esempio come tanti, ma uno che ti prende alla gola. Perché l’Iraq è il segno dei tempi, è il segno del disfacimento del pianeta. Neanche se ci fosse un infiltrato da un altro pianeta per distruggere la Terra sarebbe riuscito a fare tanti errori tutti insieme.

Nel suo libro si afferma che il passaggio dal proporzionale al maggioritario ha addirittura peggiorato le cose, le ha rozzamente semplificate.

Io non dico che il maggioritario sia peggio del proporzionale, io stesso lo ho sostenuto all’epoca. Mi ricordo che da Costanzo (allora ancora mi invitavano, non ero ancora considerato così pericoloso da esser tenuto fuori da tutto come adesso), la sera o il giorno dopo delle prime elezioni con la preferenza unica, dissi a tutti i politici che mi guardavano straniti: “Cercate di non prendere un abbaglio enorme, oggi hanno votato per il maggioritario perché non ne potevano più del proporzionale, considerandolo la causa di tutti i mali”. Dal proporzionale era scaturita una classe politica indecente, si era appena usciti da Tangentopoli. Se ci fosse stato da votare tra il proporzionale e il buddismo avrebbero votato il buddismo.

Quelle che Lei definisce le notizie “dalla fonte”, contrapponendole a quelle “dal fronte” oramai sistematicamente inquinate, sembrano però una soluzione possibile. Di che cosa si tratta?

Il protagonista del libro, che pure fa il giornalista ad un certo livello, ha notato che le vere informazioni, proprio per la sindrome del mosaico, per l’uso distorto del referendum anche informativo pro e contro Berlusconi, non le avute dalla Tv e dai giornali, ma le ha avute per caso. Le ha avute dal contatto con le persone: da un viaggio in aereo, da una cena, dai corridoi di un convegno, oppure da una lettera a un giornale. Nel romanzo viene citata una lettera di un lettore ad un giornale che da sola dice più di interi volumi sociologici. Ma di questo nell’informazione non si parla. I giornali non approfondiscono. Se tirano fuori una cosa oggi, domani forse gli danno, se sembra che sia vendibile, un approfondimento. Dopodomani è già sparita. Le notizie dalla fonte sono queste, non solo dalla fonte del protagonista ma da quella degli altri. Sono notizie che fanno pensare che forse l’unico modo per recuperare informazioni, al momento, sia nel rapporto interpersonale, magari casuale.

Questo tipo di notizie fa pensare ad internet. Se il giornalismo in Tv e sulla carta stampata non è più in grado di esercitare quella funzione di critica della società che gli era propria può continuare a farlo tramite la rete informatica?

Sì e no. Anche internet sta diventando un contenitore pubblicitario. Ma se da un lato è un contenitore pubblicitario, dall’altro rimane comunque un mezzo libero. La riprova la dà Baghdad. Da Baghdad un sito come “Dagospia” ha dato più informazioni che non giornali e televisioni messi insieme. La cosa clamorosa, che nessuno sottolinea, è che le informazioni a “Dagospia” arrivavano dagli stessi che non potevano darle ai loro giornali e alla televisione italiana. Sono notizie dalla fronte elevate a potenza.

Insomma, Marco Tropea è un piccolo editore, l’argomento del libro è piuttosto “scomodo”, come anche il suo autore. Che promozione sta avendo Sono stato io? Come è stato accolto nell’ambiente?

In un certo senso, il massimo atto di coraggio dell’editore è stato stamparlo. A questo massimo atto di coraggio, per il momento, non sono seguiti altri “coraggini” di tipo promozionale. Lui conta molto sul passaparola. E il libro sta avendo una sua vita in questo modo. Certo se non ci fosse la censura nei miei confronti da parte della Rai, di Mediaset ecc.. sarebbe tanto di guadagnato. Però, posso pensare che un libro che fa a pezzi il sistema dell’informazione venga ben accolto dall’informazione? Non esageriamo. Io intanto lo porto in giro per l’Italia, mi chiamano in giro e dove posso vado.

Cosa si aspetta da Sono stato io?

Nonostante tutto sono fiducioso. I mezzi di informazione sono quello che sappiamo, ma anche all’interno dei mezzi di informazione si aprono degli interstizi.

Quali sono le strade che restano ancora percorribili per un giornalista che voglia raccontare la verità?

La verità… la verità è un concetto relativo, come democrazia e libertà. Bisogna provare a dire con onestà intellettuale quello che vedi. Se poi ti sei sbagliato, se sei stato un po’ miope o un po’ presbite cerchi di guardare meglio, forse hai visto male. Questo dovrebbe essere il nostro mestiere. Io conto che si arrivi ad un punto di tale saturazione “da peggio” da dire basta. Nel mio libro faccio delle affermazioni para-filoisofiche o sub-filosofiche, c’è un personaggio che dice: “Ma come è possibile, essendo la vita gratis, cioè inutile, inutilizzabile se non perché è la vita, costruirci un mercato?”. Non è oggettivamente possibile trasformare tutto in mercato. La vita ti dice che non si può fare.

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INFORMAZIONE, MALE D'ITALIA
da OGGI 7 - inserto settimanale di AMERICA OGGI

A NEW YORK ANTONIO DI PIETRO E OLIVIERO BEHA LANCIANO UN ATTO DI ACCUSA CONTRO LA STAMPA E LA TELEVISIONE ITALIANA
Alla Casa Italia Zerilli Marimò della New York University, in occasione di un incontro con il parlamentare europeo Antonio di Pietro, è stato presentato il libro “Sono stato io” di Oliviero Beha. Una ferma denuncia del giornalista sulle degenerazioni culturali a monte dell’informazione politica italiana.



Clicca su ciascuna pagina per leggere:


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Ritratto del Belpaese secondo un giornalista scomodo, che non si inchina ai vip
In questo mondo di veline. L’Italia secondo Beha
Una avventura fra conduttori e leader politici, manipolatori e showgirl, conformisti e ribelli

da Il Corriere della Sera del 6 novembre 2004

“Stretta la foglia”, in realtà, deve essere un errore di trascrizione di qualche amanuense distratto, che non capiva il senso di ciò che stava scrivendo. E’ invece “stretta la soglia” (larga la via, eccetera), il vero incipit della famosa massima popolare recitata alla fine di ogni racconto, vero o fantastico che sia. Altrimenti, si chiede Oliviero Beha nel suo romanzo Sono stato io, che senso avrebbe?

Ma non è uno scherzo mettere in discussione una massima così inveterata, addirittura contestandone il senso. Figuriamoci trovare il senso dell’alluvione di cose che attraversano la vita. Non è mai stato facile. Dunque la soglia (e non la foglia), non può che essere stretta.

Oggi però quella soglia è ancora più stretta, forse come non mai, mentre il senso delle cose – viviamo o no nell’epoca della riproducibilità tecnica illimitata e istantanea di qualunque cosa ? – è qualità sempre più rara, a rischio di estinzione. Sono stato io è costruito appunto su questa progressiva e, sembra, inarrestabile perdita di senso, che alla fine ci seppellirà – a meno che non la seppelliamo noi, magari anche con una risata, come si diceva nella seconda metà del secolo scorso. E come, alla ricerca di una via d’uscita, progettando un attentato (metaforico, a forte carica simbolica), pensa di fare il protagonista.

Dov’è però la vera forza di questo romanzo, che sconfina virtuosamente in saggio, autobiografia (anche della nazione), introspezione individuale e collettiva? Che è un “romanzo politico”, proprio come diremmo “romanzo storico”. E’ un romanzo politico nell’accezione più autentica, perché parla della polis e dei suoi abitanti come ci si aspetterebbe facesse la politica. Beha nasce giornalista-ombudsman e non perde mai di vista le situazioni concrete, le persone in carne e ossa, diffida delle nebbie ideologiche, ultima quella che ci vorrebbe tutti, disciplinatamente, “o di qua, o di là”, come i tifosi allo stadio. E in questo risulta un epigono di quei veri moralisti, come Leonardo Sciascia, che non avrebbero sacrificato la libertà di pensiero, l’esercizio della critica, anche quando il rischio, in realtà un alibi, fosse stato quello di fare, magari “oggettivamente”, il “gioco del nemico”.

E’ anche per questa ragione che i fatti e i personaggi di Sono stato io, a cominciare dall’autore, sono veri, nel senso che esistono realmente, e nel romanzo (“opera palesemente di fantasia, naturalmente realistica”, dice l’ironica avvertenza) interpretano la parte di sé stessi: Berlusconi fa Berlusconi, Scalfaro e Scalfari idem, e così via per Prodi-Fassino-Rutelli, Amato-D’Alema e la loro fondazione, la signora Romena Anastasia con accento sulla “i”, Giancarlo Paletta e Miriam Mafai, Giorgio Bocca e il giudice Nicola Magrone, D’Agostino e il suo sito internet Dagospia, la Rai, Canale 5 e Costanzo, i giornali e i giornalisti, e persino le veline, intese come showgirl e come notizie manipolate.

Il mondo raccontato da Beha è quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e che in qualche modo “impone” di servire un padrone, o anche più, e magari contemporaneamente. No, non necessariamente il solo Berlusconi colpevole di tutto, ma un padrone qualunque, purché si indossi (e si volti) gabbana al momento giusto. Non averla, la gabbana, e non volerla indossare, nemmeno quando ha il volto anonimo del denaro misura-di-tutte-le-cose, significa essere fuori tempo e fuori luogo, un po’ Zorro (e infatti Beha faceva con ottimi ascolti Radiozorro e l’hanno segato), un po’ don Chisciotte e un po’ Pierino sognatore. Significa essere lasciati soli e magari essere tentati di fare il processo a sé stessi, chiedendosi “dove ho sbagliato?”, anche quando non è così, come accade al protagonista di Sono stato io. Che per liberare sé stesso, e il Paese da questo senso di colpa, decide di fare un attentato serio (cioè metaforico: diciamo di lesa maestà, per non rivelare troppo).
Carlo Vulpio

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Un bell'attentato per liberarmi dal complesso di Edipo
da Il Messaggero del 21 ottobre 2004
di Annabella d'Avino

Giornalista, autore di testi teatrali e di poesia, Oliviero Beha è a decenni un personaggio molto popolare fra alterne vicende: emarginato perché scomodo oppure osannato come difensore dei diritti civili per trasmissioni come “Radio Zorro”. Chi è veramente e cosa pensa lo possiamo scoprire nel suo ultimo libro: Sono stato io, un po’ pamphlet, un po’ autobiografia spirituale.

In un’Italia dove ormai tutti recitano un ruolo e lo fanno pure male, si aggira proprio lui, giornalista in crisi confuso dalla sensazione di aver perso la strada, avvilito perché non ne vede più nessuna giusta per un paese dove “tutti, per convenienza o ignoranza, ci siamo cacciati come in un imbuto nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi”. Quale può essere una via d’uscita per risvegliare le coscienze intorpidite dall’abitudine a servire come sempre e dovunque un padrone? Forse proprio un bell’attentato contro Berlusconi, una specie di regicidio, una liberazione dal complesso d’Edipo. Insomma uccidere il padre della patria, in senso metaforico, naturalmente.

Fra depressione e ironia, continui dialoghi con amici, ricordi, riflessioni, domande e dubbi, gettando occhiate al mondo degradato dall’onnipotenza del danaro, o immergendosi nelle problematiche dei rapporti padri-figli, l’autore racconta la nostra realtà presente e passata. Anzi la scava, la tritura, la compiange, l’irride.

Sotto lo sdegno, dietro la disillusione, c’è una tristezza tutta intima, privata, per la vecchiaia che avanza, la propria strada che si accorcia, la vita che se ne va.

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Delusione esistenziale in presa diretta
Nel romanzo di Oliviero Beha il protagonista è un giornalista prigioniero della Vecchia Fornace

Oliviero Beha non ha certo bisogno di presentazione. Il suo giornalismo è sempre stato “assoluto”, non ha accettato compromessi. Ha denunciato il malfunzionamento del Belpaese, l’incapacità della classe dirigente di programmare lo sviluppo, di “gestire” i cambiamenti se non in chiave autoreferenziale. E’ quello che in gergo ritrito si definisce un giornalista scomodo. “Sono stato io” è un libro non facile (e quando mai?) da definire e incasellare, uno sfogo, un’esplosione di amarezza accumulata in anni di onorato servizio.

Beha, come definirebbe il suo libro?
Un romanzo e, insieme, un saggio; con dosi da cavallo di autobiografia.

Un romanzo o un saggio?
Mi era stato commissionato un saggio, ma mi è venuto un romanzo. Questione di saturazione del mercato: per esempio il genere “giallo” di cui c’è un’inflazione, così la saggistica mi è sembrata meno interessante di un romanzo in presa diretta. E, inoltre, anche se può sembrare poco verosimile, direi che, in parte, è stato il libro che ha scritto me.


Il libro sembra scritto sul lettino di uno psicanalista.

In parte è una seduta psicanalitica collettiva. Le chiavi di lettura sono tali solo se in rapporto con una lettura collettiva funzionale a una drammaturgia. Il simbolo è l’Edipo/Berlusconi nella psicologia collettiva degli italiani.

Curiosità: perché la sede di lavoro del protagonista è chiamata “Vecchia Fornace”?
Anche questa è una dilatazione metaforica. La Vecchia Fornace è simbolica. Saxa Rubra (sede della Rai, ndr) vuole letteralmente dire sassi rossi, il luogo di una vecchia fornace. Questa è la spiegazione filologica. Ma oltre c’è il rapporto dei media con la politica, il rapporto della politica con i media e, infine il rapporto dei media con il Paese. Ecco che emerge un rapporto insoddisfacente. C’è l’idea che i giornali, televisioni, radio eccetera facciano quello che serve a uno o all’altro schieramento politico.

Un esempio?
Prendiamo la relazione che il Governatore di Bankitalia fa annualmente a maggio. La notizia non è quello che realmente dice Antonio Fazio, ma i titoli che poi sono: “Fazio d’accordo con Berlusconi” e, contemporaneamente, da un’altra parte “Fazio: Berlusconi vattene”.

Una lettura partigiana dei fatti?
Sì, ma la situazione è molto peggiorata. Con il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario si è avvertito un momento di “erezione del paese”. Ma non è successo nulla. Il maggioritario è diverso dal proporzionale ma sarebbe stata la stessa identica situazione se si fosse passati dal proporzionale al buddismo.

Allora la colpa non è solo di Berlusconi.
Berlusconi è il simbolo di un pertugio nel “cul de sac” di questo Paese. E’ una sorta di assuefazione passiva nella quale Berlusconi è entrato come il burro.

E, come sempre, qui si finisce a torte in faccia.
Sì perché è una recita dove gli attori, il Paese, i giornalisti e persino la cameriera, tutti recitano male. Ciascuno interpreta male la sua parte. Siamo solo stati efferati nello stoppare la meritocrazia.

Insomma, siamo ridicoli?
Beh, basta pensare al conflitto d’interessi: in cinque, dicesi cinque, anni di governo, il centro-sinistra non ha fatto una legge sul conflitto d’interessi.

Si è solo sciacquata la bocca?
Non basta cantare l’inno di Mameli, di cui poi si canta solo la prima strofa, (per evitare parole imbarazzanti) per cambiare il Paese.

Il trionfo del politicamente corretto?
Politicamente corretto è una formula che muore da sola.

Cosa si aspetta da questo suo libro?
Che venga dibattuto in modo serio, perché manifesta il disagio profondissimo di un padre. Vorrei che se ne parlasse in modo approfondito.

E’ stato lei a scegliere il suo editore Marco Tropea piuttosto che un grande gruppo editoriale?
Direi piuttosto che è stato Marco Tropea a scegliere me. Mi aveva chiesto un saggio sulla comunicazione.

E quando ha letto il manoscritto che reazioni ha avuto?
Ha boccheggiato, e poi ha detto “Va bene”.

E adesso lo promuoverete in televisione?
No, con il passa-parola che è l’esatto contrario di Porta a Porta.

Nell’ambiente come è stato accolto il libro?
Con dosi industriali d’indifferenza. Dall’ambiente solo reazioni superficiali.

Qual è il suo sogno nel cassetto?
Continuare a scrivere in santa pace e agli altri direi: fatemi fare il mio lavoro che il prezzo l’ho pagato.

A.M. per PuntoCom dell'11 ottobre 2004

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Due domande a Oliviero Beha

da L'espresso del 30 settembre 2004

D. Oliviero Beha, negli ultimi anni lei è diventato un difensore dei diritti civili tastando quotidianamente il polso del paese con trasmissioni di servizio come Radio Zorro e Radio a Colori. Nasce da questa esperienza il suo romanzo-saggio Sono stato io, che immagina come via d'uscita al degrado italiano un attentato metaforico contro Silvio Berlusconi?

R. Viviamo in un clima di referendum continuo su Berlusconi che produce una depressione culturale. L'idea dell'attentato è una proiezione del complesso di Edipo. Tutta l'Italia, nell'uno e nell'altro senso, vive sulla sua pelle il complesso di Berlusconi. Non resta quindi che uccidere metaforicamente il padre.

D. Nel libro traspare anche la difficoltà per un giornalista di svolgere in questo paese un'attività indipendente. Non esistono, secondo lei, voci libere, capaci di sottrarsi ai condizionamenti?


R. Statisticamente esistono. E le trovi più nella carta stampata che in televisione. I giornali hanno un'identità più riconoscibile. In TV è tutto più confuso. Prendiamo un'azienda pubblica come la Rai. Non si sa mai bene chi garantisce il sistema televisivo. E chi e con quali criteri debba gestirlo.

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“Eureka! Il re è nudo”. E Berlusconi pure

Fabio Sebastiani
per Liberazione del 21 settembre 2004

C’è una via d’uscita da questa lenta agonia dell’autenticità che viviamo tutti, per una volta almeno tutti racchiusi nel titolo “nostro paese”, nella Repubblica italiana che di “seconda” ormai ha solo la fila, la scelta, l’ordine? Se lo chiede con forza, e senza censure, Oliviero Beha in questo indefinibile libro dal titolo “Sono stato io” (Marco Troppa editore, pp. 223, 14 Euro). Il testo, fresco di stampa, verrà presentato proprio questa sera alla festa nazionale di Liberazione da Darwin Pastorin.

Saggio, romanzo giallo, antologia di racconti, libro di “storia patria”, indagine sociale: forse, più semplicemente il diario di un dolore profondo nato, come tutti i dolori in fondo, da un tradimento, o forse mille. Sociale, collega, amico, compagno di cordata o di partito nel nostro paese c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si impone una riparazione. E allora, ecco il cammino difficile e sempre pieno di insidie, dubbi e ripensamenti, tra il ricordo e la parola futuro, la riflessione e la soluzione; alla ricerca di ciò che è bene e ciò che è male nel vivere civile.

Per lui, per il protagonista, così fortemente autobiografico, c’è il sollievo, e scusate se è poco, di essere per un attimo l’autore di un “attentato”, in puro stile no-global, contro Berlusconi. Un gesto da vero professionista con un calcolo preciso, e deciso, dei tempi e una modalità di esecuzione del tutto originale.

Tra una metafora e l’altra, Beha ci delizia con il suo mestiere vero, quello di giornalista, riuscendo a infilare quasi in ogni riga una storia e una riflessione amara, e costringendoci a guardare in faccia il mostro: quel sistema media-politico in cui rappresentazione e rappresentato vengono fatti coincidere a forza, perché così è più facile essere in autentici, cioè politici di questa seconda Repubblica. Tra le altre, va ricordata una tra le definizioni più penetranti del berlusconismo: “… che altro era il berlusconismo se non un’abitudine e una rinuncia insieme, un’abitudine comprata al mercato solo con denaro o similia, e una rinuncia alla dialettica comunque dolorosa o dolorante tra ciò che si mantiene e ciò che cambia al mondo, per l’individuo o la collettività”.

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Calcio e intrighi in un romanzo appassionante
Beha, solo la verità

Vincenzo Cito
per La Gazzetta dello Sport del 21 settembre 2004

Beha, chi? Quello del Camerun. Ma sì, fu lui a osare mettere in dubbio nel 1982, la regolarità dell’ 1 – 1 tra la squadra africana e l’Italia nel Mondiale che poi vincemmo. Il guaio è che si procurò anche le prove. Fu lapidato per questo, anzi semplicemente emarginato. “Ricevetti persino minacce dalla camorra, per gli intrecci malavitosi che avevo scoperto. Non furono necessari, ci pensarono i mass media a isolarmi”.
Da allora ha scelto altre strade, ma quel viziaccio di scavare nella realtà non se l’è tolto. Per fortuna. Nel suo ultimo libro il protagonista è proprio lui, un giornalista in crisi esistenziale per l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro senza servire un padrone. E allora decide, come atto dimostrativo, di organizzare un attentato che scuota la coscienza del Paese. Il resto è tutto da leggere in un intreccio appassionante che rappresenta un affresco dell’Italia degli ultimi venti anni. Tranquilli, c’è anche tanto calcio perché al carrozzone Beha è rimasto comunque affezionato. Al punto da consigliarci una ricetta per uscire dal tunnel. “Qui ci vuole un ricambio dei vertici, perché c’è troppa gente interessata soltanto a piazzare i figli. Più che dal Palazzo, il potere sembra gestito da un residence: sono tutti parenti”.
Ora avete capito perché bisogna leggere “Sono stato io”. A scrivere la verità sono i perdenti di successo. I vincenti non se lo possono permettere.

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SONO STATO IO
OLIVIERO BEHA E’ VIVO E LOTTA INSIEME A NOI: AUTOBIOGRAFIA POLITICA IN FORMA DI ROMANZO PER SPUTTANARE IL BASSO IMPERO ITALICO E LE SUE DEGENERAZIONI GENERAZIONALI…

da
www.dagospia.com
[...] Oggi mettiamo in rete un estratto dal libro che probabilmente pochi avranno il coraggio di recensire. Perché la vita di Beha è una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali che farà male a molti tromboni…


Dal risvolto di copertina:

"In un’Italia ipercontemporanea, tanto caricaturale da sembrare vera, si aggira una strana figura di giornalista in crisi. In crisi esistenziale, per l’impatto con la cosiddetta età matura e le difficoltà del suo ruolo di padre. In crisi professionale, per la quasi matematica impossibilità di svolgere il proprio lavoro in condizioni normali, senza servire un padrone. In crisi politica, stretto com’è - e con lui tutto il Paese - nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi.

A un certo punto, la svolta. Un amico gli dà il consiglio giusto, compiere un’azione eclatante che serva da sfogo a lui e alla nazione: un attentato.

Da quel momento in poi la vicenda si snoda fra l’attesa e la preparazione, non solo simbolica, dell’impresa che dovrebbe cambiare tutto, dare un senso alla vita di chi la compie e della collettività che se ne gioverebbe.

Nella sostanza, Sono stato io è una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali di un Paese che sta rapidamente regredendo, parte di un pianeta globalizzato, inaridito dal denaro, che sembra aver smarrito il senso del futuro, incapace di sopportare sia la guerra che la pace.

Nella forma è, invece, una sorta di montaggio cinematografico: come se un regista avesse deciso di girare un film i cui elementi - la trama, i personaggi, gli scenari - sono calati nella sua stessa quotidianità, dando vita a un “effetto realtà” che mescola di volta in volta in dosi differenti narrazione e riflessione. Difficile, quindi, decidere se Oliviero Beha abbia voluto scrivere un romanzo in forma di saggio politico oppure un saggio in forma di romanzo.

Certo il suo è un libro sincero e “impopolare”, che fotografa in presa diretta l’Italia che abbiamo sotto gli occhi, la stampa, la tv, il rapporto padri-figli, la degenerazione dei costumi e alla fine il gigantesco complesso di Edipo di un Paese schiacciato dal suo passato e alla ricerca affannosa di una strada, dritta o storta che sia."

Il romanzo di Beha - in libreria dal 7 settembre - è stato presentato domenica 5 settembre presso la festa dell'Unità Nazionale di Genova.

Estratto da “SONO STATO IO” di Oliviero Beha
Marco Tropea Editore

Si dava in natura, nella natura sociale sbrindellata ben bene a queste latitudini, un’avvocatessa di grido di nome Pompilia. Si dava, si dava… Era da anni il suo avvocato, con l’abbreviativo d’ordinanza di Lia. Pompilia era solo per le grandi occasioni, o per i clienti amici di vecchia data, che “l’avevano vista crescere”. Professionalmente. "Pompilia, come stai?" le chiese affettuoso specificandole che dopo qualche minuto
d¹attesa al telefono aveva avuto voglia di domandare, alla giovane di studio all’apparecchio, di “Pompilia”, e non di Lia.

"Dài, dài, che oggi ho una rogna bestiale per la questione Telekom Serbia, raro pasticcio, caro mio, da qualunque parte lo si prenda. Che vuoi?" fece secca l’avvocatessa.
"Ti debbo parlare presto. Non posso venire alla fine dell’orario di studio, stasera? Posso aspettare…"
"No, vado di fretta, ho una cena". Andava in una bella casa patrizia da una quasi nobildonna triestina, con codazzo di politici, imprenditori, giornalisti, modelle.
"Sai, ormai il lavoro si fa in posti così" spiegò dopo una pausa, quasi a giustificarsi.

"Ci vediamo là" sintetizzò lui tagliandole in bocca parole di piacere come "così possiamo parlarci con calma." Ma come, con calma?! Li conosceva anche lui, quei salotti. “Parlarsi”, poi, era un azzardo logico: là le parole erano poco più che un rumore di fondo, contava esserci, farsi vedere, sollecitare associazioni di idee. Che fosse uno spreco, be’, era chiaro o chiarissimo a quasi tutti, che fosse un set della recita anche. Però, come mancare? Era lavoro, no?, nella sua forma più sofisticata. Bisognava timbrare il cartellino se ti veniva offerta la gratificante occasione di farlo. E la padrona di casa se era parzialmente nobildonna era però del tutto una buona persona, che presa da sola aveva un che di umano.

Già, ma chi riusciva a prenderla da sola? E perché lei, che montava anche con un certo dispendio di energie tutta quella panna, avrebbe dovuto smentire se stessa facendosi prendere da sola? In compagnia, tanto tanto, meglio se di sponda, appiccicando nell’albo della serata la fuggevole presenza del politico in voga, la scollatura di una starlett, le parole patchwork di tre intellettuali cucite insieme.

In discussione era sempre non l’essenza della recita, ma la sua qualità: Bruto è un uomo d’onore, recitava Zorro a un antico se stesso assumendo i contorni mentali e verbali di Catilina presi a prestito da Giorgio Albertazzi, fate per bene i Cesari, le Cleopatre, i Craxi, i Crassi insomma. Allenatevi, preparatevi meglio, possibile che anche da voi non si riesca a cavare molto di più che un "il pranzo è servito"? Va bene il basso impero, ma ormai si è fatto infimo, questo impero: ci manca solo che si mangi male, si disse quella sera chiamando un taxi perché le case patrizie si raggiungono in taxi, la storia era precisa su questi dettagli.

Riconoscendo Catilina, il tassista si prese delle confidenze, confortato dalla disponibilità dell’accertato rivoluzionario. "Dotto’, lo sa che quando lei ha tirato fuori quella storia del Camerun, ma sì, che s’eravamo comprati la partita ai Mondiali del 1982, io l’ho odiata, e glielo dico adesso, dopo più di vent’anni", e Catilina raggelò per quella specialissima cronologia che ormai gli stava dando la caccia dappresso.
"A mia moglie dicevo: me piace tanto quel giornalista, dice la verità, ma proprio sull’Italia mondiale la doveva veni’ a di’. Certo, inizialmente pensavo, anzi mi illudevo coll’artri amici che lei se fosse sbagliato. Ma che sbagliato! Poi ho dovuto riconosce’ anche con mi’ moglie che c’aveva ragione su tutto. Era stato, sì, un po’…"
"… temerario" suggerì il passeggero.

"Temerario, sì… Ma c’aveva ragione. E sa quando ho cominciato a pensa’ che ero stato ingiusto con lei, dotto’, lo vuol sapere?" chiese perentorio sporgendosi dietro. "L’autobus" accennò Catilina.
"Come?" "Stiamo andando contro l’autobus" indicando davanti. "Ah… Ma no, non si preoccupi" fece scalando le marce e mettendosi al sicuro. "Scommetto che non lo può sapere" continuò. "Che cosa?" si estenuò l’orbo del laticlavio. "Quando ho pensato che c’aveva ragione lei, contro tutti, e noi eravamo degli stronzi."
"Eh… diciamo dei tifosi."

"Dei tifosi stronzi. Una volta, non tanto tempo fa, carico uno con cui mi metto a parlare di calcio, sentivamo la radio che parla di calcio, delle squadre romane, giorno e notte. Quello dopo un po’, eravamo nel traffico… cioè fermi, come adesso, mi dice: “Lei ci va mai allo stadio?”. “Sì, certo” dico io “la Roma è una fede, e tutte ‘ste stronzate” “Sa che cosa è successo per anni?” domanda lui “fino a una decina d’anni fa negli stadi, a Roma, chiunque giocasse, a Napoli, negli stadi di varie categorie professionistiche?” “No” dico io. “Ha presente l’incasso?” fa lui. “Certo, e allora?” “Lo sa che per diversi anni, decine d’anni, regolarmente un paio di volte a stagione avvenivano strani furti della cassa, ma sì, tutto quel bel contante, sparito. Mentre le società di calcio piangevano già allora miseria, poi è tutto peggiorato, naturalmente. Mi capisce?” “E chi era a rubare?” chiedo io. “E chi voleva che fosse?” dice lui “un ladro?” “Sempre loro” azzardo io.

“Ma certo!” dice lui “glielo potrei provare. Ma è roba vecchia, ormai, oggigiorno i presidenti hanno altri sistemi, come legge tutti i giorni sui giornali. Be’, proprio leggere no, intuire, direi…” Capito, dottore? E a lei l’hanno messo in croce per aver scritto le cose che tutti sapevano essere vere" sospirò.
"Ci siamo, mi pare. Guardi la gente, tutti infiocchettati"

Era proprio così, il tassista non sbagliava. Ma stava scivolando per la scesa della confidenza. Infatti azzardò: "Se vuole la riporto a casa, uno come lei qui" pentendosi subito e facendo un gesto come a dire “scusi, scherzavo, ho esagerato”. Andiamo bene, adesso anche il tassista, soprapensò il Catilina serale imboccando il portone patrizio che introduceva a una sorta di patio decorato dalle luminarie. Si era in zona Bernini/Borromini, bisognava esserne all’altezza. Il trionfo della forma: ma non si era passati dagli artisti agli stilisti agli chef ai coprofili? Non eravamo in discesa? No, bisognava salire fino alla terrazza, da cui impunemente godevi tutta Roma. O mezza Roma?


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Da Sono stato io
di Oliviero Beha
Marco Tropea Editore

Era partito tutto da una partita "inattendibile", quell'Italia-Camerun a Vigo nel primo turno. A chiunque annusasse calcio anche solo lontanamente, quel pareggio maleodorava a un miglio di distanza. Chiacchiere ce ne erano state molte, ma tutte ufficiose, come sempre o quasi. Poi, che fosse perché di partite "alla moviola", eterodirette, ce ne erano sempre state e probabilmente sempre ce ne sarebbero state, compresa quell'Austria-Germania contemporanea a Italia-Camerun sistemata per far passare il turno alle due cugine, che fosse soprattutto perché "a (grande) sorpresa" gli Azzurri si erano avviati verso il loro terzo titolo mondiale, con contorno di Spadolini, Pertini e varia umanità istituzionale, di quella strana partita non si era più parlato.

Due anni dopo, in circostanze romanzesche e letteralmente fatali, raccontate in un libro (“Mundialgate”, a fare il verso al Watergate di Nixon, in confronto per gli italiani assai meno interessante) sulla cui storia varrebbe la pena di scriverne un altro, si era trovato alle prese con i retroscena del "maledetto pareggio spagnolo". Quindi una lunga inchiesta in Camerun, in Corsica, in Francia, in Italia, per ricostruire i fatti e appurare se quella fosse stata una partita regolare e se nel complesso, dai gironi eliminatori alla finale, quei Mondiali avessero o no superato la soglia della decenza.

Un'inchiesta giornalistica con tutti i sacramenti, "di quelle di una volta", pur nell'alone degli addetti ai lavori che sapevano tutto e a cena lo dicevano pure, ma ferma restando l'ipocrisia di non scrivere nulla per "non rompere il giocattolo". Meraviglioso - e comune - esempio di "colbertismo dell'informazione", di protezionismo patriottico, di realismo tifoso. E non l'aveva condotta da solo quell’inchiesta, manco per idea: si era trascinato dietro un geometrico collega di un settimanale, e un operatore e un fonico per realizzare un film di tutto ciò, un reportage che rispondesse alle prevedibili obiezioni del tipo “l'intervistato ha smentito tutto”, oppure “il nastro sonoro può essere stato falsificato”. Be', di fronte a un monte di immagini sintetizzate poi in due ore di documento, si era illuso il Nostro, forse sarà difficile negare l'evidenza.

La storia, già sufficiente in partenza, se comprovata, a dipanare un discorso sulle partite truccate e il calcio combinato e corrotto dei primi anni ottanta, peggiorò strada facendo, e si fece sempre più fosca. Ma non solo per il contenuto delle indagini, e le responsabilità e le ombre su tutto il campionato mondiale: in fondo quella era quasi la parte meno inedita, o meno interessante per lui, dopo anni di calcio-scommesse e di dintorni poco praticabili, come del resto in qualunque altro settore di un Paese in cima alle classifiche planetarie della corruzione (ma dietro la Nigeria...), come Tangentopoli avrebbe evidenziato non molti secoli dopo. Solo che il calcio era pensato e gestito come quel ninnolo che doveva distrarre il fanciullino, e nel caso il fanciullino tricolore, e se anche quel ninnolo si scopriva "rotto", il fanciullino avrebbe pianto di più, come a dire: «Passi per tutto il resto ma adesso pure il calcio mi rovini?!». No, comunque non era stato solo questo, c'era di peggio.
E quel peggio era ciò che lo aspettava in Italia. Dosi massicce di omertà, stratificata a tutti i livelli, dal potere politico al potere politico-sportivo passando per i media, perfetti agenti della narcosi collettiva. Nessuno, per dire, aveva mai voluto vedere il suo reportage.

Scalfari, probabilmente mal consigliato dal conformismo di una redazione cui veniva spontanea l'adulazione a pelle d'orso, specie nelle generazioni più giovani, addirittura aveva rischiato e alla fine meritatamente ottenuto che il suo inviato ripudiato gli facesse una causa sul diritto-dovere di cronaca da lui, Scalfari, clamorosamente violato, risarcendolo poi economicamente ma facendogli attorno terra bruciata professionale.

Certo, se si pensa che il direttore-fondatore del salotto stampato più democratico del... quartiere, nell'estate dell'inchiesta che lui stesso aveva promosso garantendo al Nostro "estrema riservatezza" (era pur sempre un suo inviato speciale, no?, anche se su "speciale" ci sarebbe stato bisogno di ulteriori chiarimenti), se la godeva in barca con gli stessi da cui dipendeva il pianeta calcio al massimo livello, non si fatica a comprendere come l'inviato para-camerunense si fosse cacciato in un groviglio o in un vespaio, da cui sarebbe stato difficile uscire. Ci sarebbe voluto un giornale, come diceva sempre Missiroli quando dirigeva il “Corrierone”. E invece il giornale c'era, ma non c'era...

Lo Zorro in erba venne messo all'indice, la documentatissima inchiesta non venne mai fuori, e comunque mai fuori per bene, e si arrivò al non-sense giornalistico delle smentite di ufficio di tutti ben prima che si sapesse esattamente di che cosa si trattava. Certo, se era vero che tutti sapevano tutto almeno tra gli addetti ai lavori, non c'era davvero bisogno di aspettare alcunché. Oltre a varie contrarietà professionali, che qualche spiccio osservatore avrebbe catalogato come censura tout court, e censura di tipo verrebbe da dire… berlusconiano tradotto dallo scalfarese, ma non da Scalfari bensì da Scalfaro, o insomma «se non è zuppa in certi momenti è sempre pan bagnato», memorabile proverbio, altro che «stretta la foglia, larga la via... », che ormai sapeva essere una gran cazzata di riporto macchinale, bensì nel suo significato più pregno, contrarietà che gli fecero perdere via via sia la firma sul giornale che il posto di lavoro, ci fu la novità delle minacce di morte...
E sì, perché la storiaccia indagando indagando aveva coinvolto Michele Zaza, Michele o' Pazzo, il capoclan camorrista dal cuore malato, sul versante italo-spagnolo. E un altro camorrista, Bardellino. E affari italo-camerunensi sul caffè esportato in Italia con sospetto di tangenti, e le multinazionali della griffe sportiva...
E dalle querele che lui aveva sporto non potendo difendersi sui giornali, o in tv, o alla radio perché gli era logicamente inibito dal sistema che si difendeva a morsi, da questa settantina di querele non era sortito granché: prendi nomi di spicco come un Brera o un Arpino assolti dalla diffamazione nei suoi confronti uno perché, incredibilmente, secondo una Procura «aveva difeso il buon nome dell'Italia...», l'altro perché, citando dalla sentenza di assoluzione, «usava un linguaggio comune al giornalismo sportivo», lui, Arpino!!!, neanche fosse un biscardo... E via dicendo...

E poi c'era stato il gran capo dello sport italiano che l'aveva minacciato per telefono, «guardi che lei non lavorerà più, parli col suo direttore», e ancora una memorabile visita che anni dopo zorretto, spacciandosi per il segretario del segretario di un partito che voleva verificare le condizioni di salute di un detenuto definibile orrendamente "eccellente", aveva fatto in carcere, a Regina Coeli, allo stesso Zaza. Michele o' Pazzo s'era vantato: «Pertini doveva far cavaliere me, per i Mondiali vinti, non il mio avvocato», e peccato che il suo avvocato fosse anche presidente della Federcalcio.

Tutto questo era gradualmente passato più che in giudicato - perché era rimasto per lo più "impregiudicato" - in cavalleria, le minacce di morte si erano diradate per poi cessare, rese evidentemente superflue dalle minacce di vita, o di professione, che il milieu politico-pallonaro aveva riservato al Nostro, lasciato deperire per qualche anno come uno «che si fosse sbagliato... in buona fede, per carità, poverino, ma non s'era accorto di essere uscito dal seminato», e che seminato!, con la montagna di denaro e di vantaggi che quella Coppa di Madrid aveva significato.

Certo, dopo vent'anni accorgersi che le cose potevano rovesciarsi, e gli italiani cadere dall'altra parte del cavallo, in Corea, aveva contribuito a far aprire definitivamente gli occhi, a far sapere alla pubblica opinione o sub-opinione sia quello che in realtà già sapevano sia che sapessero di saperlo: calembour? Ma no, chiedere in giro per conferma... Possibile che per tutti quegli anni, per l'intiera infanzia e adolescenza di suo figlio nato alla vigilia di un'indimenticabile (per i tifosi romanisti) Roma-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni, lui avesse archiviato la storiaccia? Che l'avesse quasi rimossa come in un banalissimo corso di psicanalisi? Possibile, possibile, per tre ordini di buoni motivi.
Perché non c'era molto da fare, contro il muro, se non aspettare che il muro crollasse... E si sapeva a quel punto che se i padri muoiono i muri cadono. Poi perché non voleva che la sua vita restasse segnata ancora di più, per sé e per gli altri, dal famigerato "caso Camerun", usato contro di lui come fosse una macchia, e non una smacchiatura, e quindi gli sembrava che sì, insomma, forse poteva ambire a essere qualcos'altro che non solo e semplicemente "quello del Camerun".

E infine perché era rimasto colpito al mento, dal caso Camerun, in chiave editoriale. Ma sì, quello che era successo a "Mundialgate" proprio non se l'aspettava, altro che il fuoco di sbarramento dei mezzi di comunicazione... Era stato ferito seriamente dal "fuoco amico". Storia istruttiva anche quella, davvero, storia di un libro mai distribuito e - quindi - mai letto... Forse se invece del premio odierno gli avessero permesso all'epoca di illustrarlo là, il libro, nel tempio della Nazionale, di metterlo in bacheca, con qualche pagina saliente leggibile, tra un pallone e un paio di calzoncini sponsorizzati... Ma già, il museo non c'era ancora.

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Recensioni dei lettori:

Non l'ho ancora letto ma lo vado a comprare oggi stesso.
Riuscirà mai a ritornare in radio (in orari decenti!)?
O la ostracizzeranno a vita?
ruppertone@iol.it
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Caro Oliviero, l'ho seguita ieri sera nell'incontro a Montefiascone, così come la seguo e la stimo da anni. Ce ne fossero di interventi come il Suo, dovunque e con qualsiasi metodo, ma gl'interessi degli italiani, o almeno della loro maggior parte sono altri. Le pongo due tematiche, collegate tra loro come tutto è (o quasi collegato) nel mondo moderno:
1) i valori da riscoprire sicuramente ci sono, ma le parole che ha detto Lei per spronare la platea poco hanno valore se non sono accettate e "comprate" da coloro che tengono le redini del sistema industriale italiano, dai managers, dai capitani d'industria, che ogni giorno devono raggiungere il loro budget ;se tali valori non sono sposati da loro, tutta la base produttiva non ha modo di riconsiderare il proprio tempo in funzione del proprio stato di salute, sia fisico che mentale, della propria condizione di individuo...
2) ho visto per la prima volta la pubblicità su MEDIASHOPPING (vedi MEDIASET) di una CASSAFORTE da appartamento... avremo bisogno anche noi tra 5 anni di un MICHAEL MOORE all'italiana ....?
Con gratitudine
Lucio Giovannella
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Grazie di cuore per un testo che invita come Mill al diritto alla rivolta,diritto di replica, alla critica contro dogma.aspettiamo la prossima azione corroborante.
Magda Mantecca
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Salve. Sono un giovane di vent'anni che l'ha piacevolmente ascoltata giovedì sera in quel di Cerea. Purtroppo devo ancor leggere la nuova produzione. Mi è piaciuta una sua battuta, la quale non sembra esser stata compresa dal pubblico (e questo è soltanto un mio semplice parere):
"FORSE NON CI HA ANCORA (e lei sembrava esprimere certezza in questo concetto)TOCCATI ABBASTANZA LA MISERIA IN CUI VIVIAMO. Sì, CI LAMENTIAMO, CERTE INGIUSTIZIE O STORPIAGGINI DELLA VITA SOCIALE LE NOTIAMO, MA ALLA FINE L'IMPORTANTE è PROSEGUIRE,PORTAR A CASA LA PROPRIA PELLACCIA".
Mi scuso se i termini non vengono da me citati alla perfezione comunque il concetto che sta sotto è verissimo! Hanno perso valore tutte le cose che interessano il bene comune;sbagliano gli altri, sempre c'è un alibi ai propri sbagli ed alle proprie mancanze. Alla gente non affiorano alla mente quesiti del tipo "Io ragiono sulla mia vita? Su quella della gente che mi vive attorno?", "So tirar fuori la mia idea (anche in contrasto con la massa) per esprimermi o, con le mie frasi, devo servire qualcuno più grande di me per ottenere dei favoritismi?", "Faccio qualcosa di attivo per il futuro del prossimo?". Questo NON PENSARE è grave. Non intendo giudicare gli altri: le azioni che caratterizzano la vita di ognuno di noi non si possono giudicare. Però è brutto ai miei occhi (ed uso un linguaggio figurativo) sentire dei lamenti e non capire da dove provengono perchè chi li ha proferiti non vuole (e, per favore, non si dica "non ha il coraggio", perchè in realtà secondo me non li ha sentiti ancora abbastanza propri!!!)comunicarli in pubblico. Le proprie idee non sono un attentato alla libertà di ognuno di noi, ma ne sono la linfa... Se non pensiamo e non comunichiamo (senza proclami, intendiamoci, ma almeno ognuno di noi nei luoghi del proprio comune di residenza) dove andremo a finire? E' il mio parere: se le farà piacere rispondermi altrettanto ne procurerà a me nel leggere il suo ritorno. Salve ancora,
Marco
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Non mi sono mai posta molte domande sul nostro paese, ascoltavo e immagazzinavo notizie di ogni genere. Poi ho iniziato un corso " sociologia dei processi comunicativi", e tutte le informazioni che avevo hanno iniziato a girarmi in testa. Chi, come, quando, e soprattutto perchè ci siamo ridotti a questo... attraverso le sue parole, il suo impeto e la sua passione per ciò in cui crede in me si è svegliato improvvisamente qualcosa. Un certo non so che, che con il tempo si è trasformato in interesse e forse diventerà passione. Non ho letto il suo libro, professor Beha, ma una mia amica mi ha consogliato di farlo. Parlando con lei delle mie perplessità mi ha consigliato di leggere "Sono Stato Io". Lo farò per avere un quadro del paese ma soprattutto della sua personalità, alquanto complessa. Un giornalista come lei non dovrebbe essere censurato, ce ne sono pochi buoni e dobbiamo tenerceli stretti, forse con le loro parole riusciranno a scalfire la "mentalità" del paese e forse ci trasmettaranno un pò della loro forza per spezzare i legami con certi "prodotti" e raggiungere un livello (almeno) buono di eticità e anche (se possibile) di libertà.
Silvia
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Non discuto i contenuti del libro... ma quanto male è scritto? Parlo della forma non della sostanza. Punti di sospensione usati a destra e a manca, dialoghi in cui non si capisce chi parla con chi, nomi dei personaggi che cambiano in continuazione (probabilmente una scelta, anche se discutibile), espressioni tipicamente verbali trasposte senza filtri sulla carta... Oltre a questo i riferimenti alla biografia dell'autore sono evidenti e spesso irritanti. Quanto meno un eccesso di protagonismo...
Gianmaria Silvello
Ben vengano le critiche, anche se di solito la rotazione del soggetto/protagonista fa pensare, e invece qui ottiene l'effetto contrario. Ma senza divergenze d'opinioni, non ci sarebbero le corse dei cavalli (cfr. M.Twain).
O.B.

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Ho letto "Regime" di Travaglio, dove si parla anche di te.
Non penso sia mai facile vedere il marcio e dirlo ad alta voce, intendo dire avere il coraggio. No, oggi non possono lavorare giovani giornalisti, giovani artisti satirici etc. Leggerò "sono stato io"; mi hanno detto che sei in quota AN: lo sapevo che potevamo comunicare! E forse è vero che il sottotitolo
di Fratelli d'Italia è Caino e Abele, ma è un sottotitolo, Fratelli viene prima.
nick731973@libero.it
Come leggerai nel libro, non sono in quota di nessuno se non del tentativo (anacronistico?) di fare al meglio possibile il mio lavoro.
Spero quindi di essere anche in quota 'tua'.
Buona lettura
O.B.
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Bisognerebbe entrare nelle aule scolastiche e far commentare il tuo libro, dopodichè far commentare ai ragazzi il livello delle trasmissioni o dei libri dei vari Vespa Costanzo Ventura.
Grazie
catzittu@libero.it

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Da grande sarò una giornalista come tu insegni. Senza padroni, ne limiti, ne eroi.
Sei un faro in un mare di m...a. Grazie.
Zorra
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Ho saputo dell'esistenza di questo libro ascoltando radio radicale alle 3:00 di questa notte....
Quindi non l'ho ancora letto, appena possibile ne acquisterò alcune copie e le regalerò ad amici e parenti.
Carmine D.
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Ciao Oliviero, scusa il TU ma mi sembra quasi di conoscerti dopo aver letto il tuo libro. Volevo solo dirti che l'ho regalato per Natale a tutte le persone a cui voglio bene, perché l'ho trovato tanto profondo e stimolante, e critico, da avere l'irrefrenabile desiderio di condividerne il "post-lettura" con chi mi è vicino.
Ti auguro un 2005 di libertà,
Augusto Tiberti - viterbese di nascita
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Tutto vero quello che scrivi.
Quando riprendi Radio a Colori?
pierobonetti@libero.it
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Preferisco ascoltare che leggere Beha, perchè nel ritmo riesce a rendere ciò che con la scrittura gli viene più difficile: il cinismo, l'ironia, il sarcasmo. La condensazione linguistica che usa, la souspance nella trama, generano tensione e nervosismo. Lo voglio sentire in radio, altro che libri. Devo anche dire che visto di persona ha una presenza inquietante: è bello, e chi se lo sarebbe mai aspettato... di solito i rompi... e gli stronzi per vocazione sono mostruosi e tristi. Beh adesso ho una domanda: il libro si legge in una notte e si rilegge in un mese. Ma Oliviero Beha, in quanto tempo si decifra? Con invidia e nostalgia (Freud aggiungerebbe in complemento oggetto).
magda.mantecca@libero.it

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Oliviero Beha è quel che si dice un caso di esproprio proprietario.
Il libro ha un solo difetto: il premiericidio è simbolico.
Anonimo
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Egregio Dottore,
vorrei porgerLe le mie più sentite congratulazioni per come illustra nel Suo libro il disastro nazionale.
Dovrebbero distribuirlo gratuitamente nelle piazze, come farmaco preventivo.
A presto da un Genovese incazzato.
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Sono un tifoso juventino, carissimo Oliviero, e sono molto amareggiato dal caso doping: spiegami un po' perché solo la juve... ho sempre pensato alla juve come un esempio da seguire. Cosa c'è sotto? Rispondimi, ti prego.
P. Rodolfo - Pistoia
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Carissimo Oliviero
la tua battaglia a favore di una informazione onesta, pulita, libera e democratica va sostenuta con grande vigore da ciascuno ha a cuore le sorti della democrazia, perche’ la democrazia senza una informazione libera e corretta non e' piu' democrazia.
Dopo che ti ho incontrato a Roma ai primi di ottobre ho comprato il tuo libro in libreria ma non ho ancora potuto leggerlo perche' l'ho dimenticato nella mia casa di Milano quando sono ripartito per Dallas.
Ho letto pero' qui nel tuo sito alcuni pezzi e le recensioni.
Questo libro non e' facilissimo (da leggere) ma e' come tutte le cose artistiche: vengono apprezzate prima di tutto da chi le puo' capire.
Tieni duro Oliviero, l'Italia degli onesti e degli intellettuali ha disperatamente bisogno di giornalisti e scrittori come te che credono, vogliono e perseguono, a qualunque costo, una informazione libera, colta e irriverente.
Roberto Marchesi
Dallas - Texas
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Buonasera dottor Beha
giovedì ero tra gli ascoltatori alla presentazione del suo libro a Spresiano.
Sono stato veramente contento di averla conosciuta e spero le sia piaciuto il vino che nasce dalle ghiaiose terre della Piave.
Un cordiale saluto e un augurio di buon lavoro, con la speranza che qualche editore radiofonico o televisivo dia nuovamente spazio alle sue battaglie sociali.
Luca Rossetto
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Egregio Beha,
La ringrazio per aver scritto quella che, secondo me, è un'intensissima autobiografia. Mi sono (cinicamente) divertito e rattristato, ho riflettuto, e ho pure immaginato di conoscerLa, nei panni del suo "amico" Gigi.
Mi piacerebbe molto offrirLe un giorno una birra.
A presto,
Gateano Tursi
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No! Non leggerò affatto questo libro. Da colui che è riuscito ad infangare la più bella cosa fatta dall'Italia nell'ultimo mezzo secolo, non comprerei nemmeno acqua fresca, potrebbe tramutarla in veleno.
itnav@aol.com
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Le verità fanno sempre più male, specialmente quando toccano determinati ambienti e alcuni argomenti, ma soprattutto quando si scontrano con cose immensamente più grandi!
Grazie per quello che fai e sii orgoglioso del tuo coraggio! Francesco da Cosenza
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Non ho ancora letto il libro ma lo farò subito; mi ha colpito molto avendola vista in tv la storia di Donato Bergamini e vorrei da lei un suggerimento su cosa leggere per approfondire questa orribile vicenda. Un'altra cosa che mi piacerebbe vedere è quel suo resoconto fatto in Camerun, mi sa che sarebbe ora di sapere la verità. La ringrazio e leggerò il suo libro con grande attenzione.
Buona fortuna,
Graziano Valgimigli
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Leggete questo libro.
Qualche giorno fa è venuto a NY Oliviero Beha a presentare il suo nuovo libro "Sono stato io". Così per la sua gentilezza sono stato in grado di averne una copia gratuita, voi in Italia la potete trovare a 14euro in libreria. E' un romanzo, è una autobiografia, è un misto di generi difficile da definire. In questo libro Beha ha un certo gusto nell'inventare modi diversi per rappresentare cose e persone, il che da una parte è piacevole, dall'altra rende un po' scomoda la lettura. Questo a parte è un libro che vale la pena di essere letto perché smaschera o rismaschera molte delle vicissitudini italiane, con la caratteristica dello Zorro nazionale: senza peli sulla lingua (per chi non lo sapesse Beha conduceva un programma radiofonico di denuncia chiamato "radioZorro"). La cosa viene fatta attraverso una forma tra il romanzesco e l'intimo che permette una lettura piacevole anche la sera prima di andare a dormire o in autobus andando a lavoro. Per chi non lo sapesse, questo libro non avrà grandi investimenti pubblicitari datosi che l'autore è un giornalista scomodo sia alla destra che alla sinistra avendo sempre voluto dare le notizie senza preoccuparsi troppo di quali interessi politici ed economici andavano a disturbare.
Quindi correte in libreria se vi sono avanzati 14 euro alla fine del mese e se vi piace spargete la voce.
Ciao, Luigi
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Caro Zorro,
leggendo il tuo libro ho capito tante cose, sull'Italia e su di te.
Relativamente al nostro povero Paese, c'è ben poco da commentare; su di te, dispiace sapere che ci stai così male. Grazie per quello che fai per noi cittadini: speriamo che ti faccia star meglio sapere che in tanti, come me, ti sono grati.
Conosco colleghi, amici e padri e madri degli amici dei miei figli che ti ammirano tanto: siamo in molti, lo sai?
Continua così e a presto.
Aldo T. da Vicenza
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Sai cosa mi ha sconvolto? Il magistrale racconto del "se vonno fa' cagà".
Sono sempre più preoccupato per le sorti di questo Paese.
Vito - Ancona
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Vai avanti, sei un grande.
The Zino
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Anche se un po' forbito, ho letto il libro con grande piacere. Terminata la lettura ho pensato come Fantozzi nel primo film: "Ma allora è quarant'anni che mi prendono per il culo!!!!!
Saluti affettuosi e vai avanti. Aloha.
montalbano44@yahoo.it
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Ti ridaranno davvero "la fionda" mio amatissimo "Davide"?
Col libro te la sei ripresa da solo, mi sembra!
alestra
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Ho scoperto il tuo sito navigando nel mare di Emergency.
Ti seguo dai tempi dei vari processi del lunedì (ricordo ancora quando ti incazzasti con Mosca...), e poi vennero radio a colori e radio zorro. Ora "Sono stato io".
Complimenti vivissimi. Corro in libreria.
Lo leggerò tutto di un fiato. Sei un grande!
Ti invio rispettosi saluti,
Rocco
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L'ho letto in due giorni, tutto d'un fiato.
Solo grazie.
Fabio A.
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Sono felice che tu abbia pubblicato questo libro.
Tu sai scrivere, perché uno che scrive poesie come le tue, ha un'anima diversa e nobile.
E' già un successo senza commenti, lo leggerò subito.
Massimo C.
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Il Nome, l'Identità...
Che rare pagine hai scritto, Beha!
Ti ringrazio.
Lucia - Asti
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Caro Beha,
ho letto il libro, bello, intelligente e divertente, insomma gli aggettivi lo sminuirebbero. Ma devo dirti che alla fine mi è venuto un groppo in gola e mi sono pure incazzato con te: avresti dovuto vietarne la lettura a chi ha meno di 50 anni!
Io ne ho 27 e ti giuro che non riesco ancora a digerire certe cose. Aspetto ancora di fare il famoso pelo sullo stomaco...
Ciao e grazie,
F.M.
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L'ho visto oggi in libreria.
Subito aggiunto alla lista "da leggere".
I.Cracco
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Caro Beha,
Certo che leggerò il tuo libro e dopodichè lo mettero insieme a quelli di Diego Cugia e al libro della mia compatriota Ingrid Betancourt.
Non vedo l'ora di leggerlo.
Saluti da un Colombiano italianizzato.
German
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Oliviero purtroppo sei una specie in estinzione, "I grilli parlanti" che aiutano ognuno ad avere coscienza e conoscenza.
Ti ringrazio di cuore e leggerò certamente il tuo libro.
B.C.
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Caro Beha, sono lieto di poterla ritrovare in libreria: era da tempo che mancava. Dunque, vediamo… “sono stato io” a dare fastidio ai potenti? “Sono stato io” ad essere censurato? Oppure “sono stato io”, l’unico che ha parlato?
Allora a presto,
Giovanni
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Vorrei chiedere se è in qualche maniera possibile distribuire una versione audio a non vedenti. Non pretendo che lo facciate, troppa grazia, ma che ci pensiate un minuto almeno. Per questo e per i prossimi libri.
maxrainato@ngi.it
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In bocca al lupo per tutto.
Comprerò il libro martedì perchè voglio essere tra i primi a leggerlo...
Ovviamente spero che ci sarà una presentazione anche a Milano e mi piacerebbe sapere quando e dove...
A presto, quindi
Alessandra

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Mi piace l'idea del basso impero, ma qui la decadenza non finisce mai!
Bello il titolo.
Anonimo
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Di questo libro so già tutto anche quello che tu non sai. Peccato.
Maldestra
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